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LE PAROLE PER DIRLO

Un padre non è un “mammo”: parole e stereotipi sulla paternità.

Per anni abbiamo raccontato i padri in due modi opposti e un po’ poveri: o come figure lontane, severe, poco presenti, oppure come “eccezioni simpatiche” quando si occupano davvero dei figli. In mezzo, però c’è la realtà di tanti uomini che oggi provano a essere padri in modo diverso: più presenti, più coinvolti, più capaci di cura. E proprio per questo meritano parole migliori.

Una di queste parole da lasciare andare è “mammo”.

Può sembrare innocua, persino affettuosa a volte. Ma in realtà porta con sé un messaggio più insidioso: che un padre che cambia un pannolino, consola, accompagna, fa fare i compiti, prepara la cena, regge una crisi, organizza una visita o prende un congedo stia facendo qualcosa di “extra”, qualcosa che somiglia a un prestito dal mondo materno, e non semplicemente il suo lavoro di genitore.

Il punto, allora, non è difendere una suscettibilità linguistica. Il punto è più profondo perché le parole costruiscono ruoli e se per nominare un padre coinvolto dobbiamo inventare un termine derivato dalla madre, stiamo ancora dicendo che la cura “non è cosa sua”.

 

Un padre non “aiuta”, un padre fa il padre.

Forse è proprio questa una delle cose che molti padri di oggi sopportano meno, insieme alla parola “mammo”: essere descritti come se fossero assistenti della madre, come se il loro posto naturale fosse ai margini e ogni gesto concreto di cura fosse una collaborazione gentile, non una responsabilità propria. Lo sentiamo nel linguaggio quotidiano, spesso senza cattiveria, magari proprio all’uscita di scuola:

“Che bravo, oggi “tiene” i bambini.”

“Ti dà una mano?”

“Fa il papà full time?”

“Addirittura ha preso il congedo?”

Sono frasi che sembrano complimenti, ma hanno un sottofondo involontario: stupore, eccezionalità, concessione.

 

Dal punto di vista psicologico, perché è importante lasciare spazio ai padri?

Dal punto di vista psicologico, la presenza paterna non è un “di più” nella crescita dei figli. Non è solo un supporto organizzativo alla madre, né una figura che entra in scena più tardi, quando si tratta di mettere regole o insegnare autonomia. Il padre è, fin dall’inizio, una figura relazionale che contribuisce alla costruzione della sicurezza emotiva, dell’autostima e del modo in cui il bambino impara a stare nel legame.

Un padre presente non serve solo a “fare cose”, ma anche ad aiutare il figlio a fare esperienza di qualcosa di fondamentale: essere visto, contenuto, riconosciuto e amato. I padri portano spesso nella relazione con i figli uno stile specifico, che non va né idealizzato né stereotipato, ma riconosciuto. Il loro modo di stare nella relazione, nel gioco, nell’esplorazione, nel contenimento, può offrire al bambino altre forme di contatto, di regolazione e di sicurezza.

 

La cura non toglie maschilità, aggiunge relazione.

Molti padri contemporanei stanno cercando di abitare un ruolo più affettivo e concreto senza avere sempre modelli chiari alle spalle o non avendone proprio. Il padre tradizionale, distante e normativo, non convince più fino in fondo (e per fortuna!). Ma il padre nuovo, tenero, presente, capace di accudire senza sentirsi sminuito, deve ancora trovare un pieno riconoscimento culturale.

 

Nuovi padri, vecchi fastidi…

Se dovessimo riassumere cosa molti padri contemporanei sembrano sopportare meno, oltre al termine “mammo”, potremmo metterci dentro almeno queste cose.

  • Essere trattati come aiutanti e non come genitori a pieno titolo.
  • Essere celebrati per il minimo indispensabile (come se cambiare un pannolino o portare un figlio a scuola fosse un atto eroico e non quotidianità).
  • Essere guardati con sospetto o con stupore quando chiedono tempo, flessibilità o congedi per stare con i figli.
  • Dover scegliere tra due caricature: il padre assente di ieri o il “mammo” di oggi, quando in mezzo c’è una parola molto più semplice e molto più giusta: papà.

 

Dare rispetto ai padri non toglie nulla alle madri.

Questo punto merita di essere detto con chiarezza: riconoscere la pienezza del ruolo paterno non significa sminuire quello materno. Al contrario: significa uscire da una visione in cui la madre è il perno totale della cura e il padre una comparsa più o meno volenterosa. Quando la cura viene pensata come responsabilità condivisa, i figli guadagnano una rete più ampia, le madri escono da un carico totalizzante e anche i padri possono costruire un legame più ricco e meno stereotipato.

 

Qualche libro da tenere sul comodino.

Se vuoi approfondire l’argomento della genitorialità paterna, ti consigliamo queste letture:

 

Alberto Pellai, Nella pancia del papà

Un libro che rimette al centro la tenerezza paterna, i dubbi, le incertezze e il valore emotivo della presenza dei padri.

Andrea Polo, Storie di padri. Storie di figli

Un libro che attraversa diversi modi di essere padre e mostra quanto la paternità sia cambiata, e stia ancora cambiando.

Maurizio Quilici, Storia della paternità. Dal pater familias al mammo

Un saggio utile per capire da dove arrivano molti stereotipi ancora vivi nel modo in cui guardiamo i padri.

 

E se invece come padre ti senti confuso e in difficoltà e hai voglia di condividere le tue perplessità in un ambiente non giudicante, i nostri esperti sono in grado di offrirti tutto il supporto di cui hai bisogno. Ah, e buon 19 Marzo… mammo! 😉