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Stress da fine anno scolastico: come riconoscerlo nei tuoi figli adolescenti.

“Dai, manca poco.” “È l’ultimo sforzo.” “Stringi i denti fino a giugno.”

Sono frasi che molti genitori pronunciano in buona fede, soprattutto quando l’anno scolastico arriva alla sua parte finale. Eppure, per molti adolescenti, la fine dell’anno non è solo una linea d’arrivo. A volte è il momento in cui tutta la fatica accumulata durante i mesi precedenti presenta il conto.

C’è chi arriva a maggio esausto, irritabile, chiuso in camera con il telefono in mano e lo sguardo perso. Chi dorme male, chi ha mal di pancia prima di andare a scuola, chi scatta per una domanda apparentemente innocua: “Hai studiato?”. Chi sembra svogliato, ma in realtà è sopraffatto.

Non è solo voglia di vacanza e spensieratezza

Quando un ragazzo crolla a fine anno, il primo pensiero degli adulti è spesso pratico: deve impegnarsi di più, deve organizzarsi meglio, deve recuperare. A volte è vero, la responsabilità scolastica esiste, e non va cancellata. Ma se guardiamo solo ai voti rischiamo di perdere tutto il resto.

I numeri aiutano a leggere la situazione con più attenzione. Secondo i dati Ipsos e Fondazione Patrizio Paoletti, il 30% degli adolescenti indica la pressione scolastica e sociale come principale fonte di difficoltà, il 23% segnala ansia, depressione e bassa autostima.

Il progetto “Mi vedete?” ha rilevato che il 71% degli studenti intervistati dice di provare un disagio, mentre solo il 31% dei genitori se ne accorge.

Ancora più netti i dati del progetto MiB del CNR (2024), su oltre 3.000 studenti di scuole secondarie: il 17,8% degli adolescenti presenta un livello alto di distress (ansia associata a depression) e solo 4 ragazzi su 10 risultano del tutto esenti da questi disagi. Il divario tra ragazze e ragazzi è marcato: le studentesse sono in difficoltà nel 72% dei casi, contro il 42% dei coetanei maschi.

Sono numeri che aiutano a leggere certe fatiche non come “pigrizia”, ma come segnali da ascoltare.

La fine dell’anno è anche una soglia

Per alcuni ragazzi giugno non significa solo vacanza. Significa lasciare la classe che hanno sempre conosciuto, salutare compagni, insegnanti, corridoi, abitudini e perfino quel banco in fondo vicino al termosifone che magari odiavano, ma che era diventato familiare.

Per altri significa prepararsi a entrare in un nuovo istituto: nuove materie, nuovi professori, nuovi compagni, nuovi equilibri da costruire. La scuola, in adolescenza, è anche il luogo in cui si gioca una parte importante dell’identità: il gruppo, il confronto, l’appartenenza, il sentirsi capaci o incapaci, visti o invisibili. Ecco perché la fine dell’anno può far emergere emozioni molto diverse come sollievo, paura, tristezza, rabbia, nostalgia, spesso tutte insieme.

Quando arriva una bocciatura

Una bocciatura non è mai solo “perdere l’anno”. Può diventare una ferita nell’autostima, soprattutto se viene letta come un’etichetta: “sei pigro”, “sei un fallimento”. È importante distinguere la responsabilità dalla colpa: un risultato scolastico va guardato con serietà, ma non deve trasformarsi in una sentenza sulla persona.

I dati Istat più recenti segnalano che nel 2025 il tasso di abbandono scolastico precoce è sceso all’8,2%, il dato più basso mai registrato in Italia. Un miglioramento reale, che non elimina però le fragilità: il rischio di abbandonare gli studi resta molto più alto nelle regioni del Mezzogiorno, tra i ragazzi con background migratorio e nelle famiglie con basso livello di istruzione.

Una bocciatura non coincide automaticamente con l’abbandono. Ma il modo in cui viene attraversata, raccontata e sostenuta dagli adulti può fare una grande differenza.

Cosa possono fare i genitori?

A fine anno i genitori sono spesso stanchi quanto i figli. Però, proprio nei momenti più tesi, può essere utile fare un passo indietro prima di entrare in “modalità tribunale”.

Prima di chiedere solo “quanto hai preso?”, può servire chiedere: “Come stai arrivando alla fine di quest’anno?”, “Qual è la cosa che ti pesa di più?”, “C’è qualcosa che ti spaventa del prossimo passo?”.

Non sono domande magiche, però possono aprire uno spazio diverso: meno giudizio, più ascolto. Un ragazzo o una ragazza che si sente visto non è automaticamente uno che studia di più. Ma è qualcuno che può sentirsi meno solo dentro la propria fatica.

Il coraggio dei germogli

Nel nostro percorso dei Semi di cura, maggio è il mese del coraggio dei germogli: ciò che nasce, ciò che prova a farsi spazio, ciò che è ancora fragile ma già vivo.

Alcuni germogli stanno spuntando (una nuova scuola, una nuova fase), altri sembrano piegati dalla stanchezza, altri ancora avranno bisogno di essere ripiantati in un terreno diverso, con più cura. Un passaggio difficile non cancella la possibilità di crescere, ma chiede agli adulti di non tirare il germoglio per farlo diventare pianta prima del tempo.

Quando chiedere aiuto…

Se la fatica diventa troppo intensa, se compaiono chiusura marcata, ansia forte, insonnia, scoppi di rabbia frequenti, ritiro sociale o un senso di fallimento che sembra occupare tutto, può essere utile chiedere un supporto.

Al Centro Agnesi accompagniamo adolescenti, genitori e famiglie nei momenti di passaggio, anche quando la scuola diventa il luogo in cui si concentrano paure, aspettative e fragilità. Perché a volte non serve avere già tutte le risposte: serve iniziare a guardare insieme cosa sta succedendo. Ti va di farlo con noi?