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PSI & CO

La psicoterapia sta funzionando? Quando il cambiamento non si vede ancora…

C’è una domanda che può comparire all’inizio di un percorso terapeutico, ma anche dopo qualche seduta, quando le cose sembrano muoversi più lentamente di quanto speravamo:

“Ma servirà davvero?”

A volte è un pensiero che arriva con una leggera frustrazione. Altre volte con paura. Altre ancora con quella stanchezza un po’ muta di chi ha già provato a cavarsela da solo per tanto tempo.

“Parlo, rifletto, capisco delle cose… ma poi nella vita vera cambio davvero?”
“E se non funzionasse solo per me?”
“E se stessi solo perdendo tempo, soldi, speranza?”

Sono tutte domande legittime, perché iniziare una psicoterapia significa anche entrare in uno spazio nuovo, in cui non tutto si risolve subito, in cui non tutto fiorisce quando vorremmo.

Quello che diciamo ai nostri pazienti è che la psicoterapia è più simile a un seme che a un interruttore. Per un po’ lavora sotto la superficie e all’inizio magari non si vede molto, ma qualcosa sta già accadendo.

Quando il cambiamento non si vede ancora

Molte persone arrivano in terapia perché sentono di non farcela più: ansia, attacchi di panico, tristezza, relazioni complicate, difficoltà familiari, momenti di blocco, decisioni che sembrano impossibili da prendere. Spesso il desiderio è comprensibile: stare meglio il prima possibile. Chiunque vorrebbe uscire dalla seduta più leggero, con le idee più chiare, sentirsi meno sbagliato e intrappolato in copioni che si conoscono a memoria.

Ma la psicoterapia lavora anche dove lo sguardo quotidiano non arriva subito, aiutando a riconoscere perché certe emozioni tornano sempre nello stesso punto, a dare un nome a quello che prima sembrava solo confusione, vedere i propri automatismi, le proprie difese, le proprie ferite, ma anche le proprie risorse. Sono passaggi che, dall’esterno, possono sembrare piccoli ma il coraggio della pazienza è proprio questo: continuare a prendersi cura di sé anche quando il risultato non è ancora evidente.

Fidarsi della terapia: una domanda sempre più condivisa

Negli ultimi anni il rapporto delle persone con la psicologia è cambiato. Non siamo più, fortunatamente, nel tempo in cui andare dallo psicologo era qualcosa da nascondere o da nominare sottovoce. Secondo i dati presentati dal CNOP, in collaborazione con l’Istituto Piepoli, nel 2024 un italiano su tre dichiara di essersi rivolto almeno una volta a una psicologa o a uno psicologo. E che, per 6 italiani su 10, il rapporto con i problemi psicologici è cambiato: sempre più persone pensano che vadano affrontati senza vergogna e che l’assistenza psicologica debba essere accessibile a tutti.

Questi dati ci dicono una cosa importante: chiedere aiuto non è più un’eccezione. È un gesto sempre più riconosciuto, possibile, umano.

La fiducia non è cieca: si costruisce insieme

In terapia la fiducia non è qualcosa che si pretende. Non basta certo dire “fidati” perché una persona possa davvero farlo. La fiducia si costruisce nella relazione terapeutica, seduta dopo seduta. Nasce dal sentirsi ascoltati senza essere giudicati, dal poter dire anche le cose confuse, scomode, contraddittorie. Nasce dal percepire che c’è uno spazio stabile in cui non bisogna performare, spiegarsi perfettamente o essere “bravi pazienti”.

In psicoterapia si parla spesso di alleanza terapeutica: non un concetto astratto, ma il legame di lavoro che si crea tra paziente e terapeuta. Comprende obiettivi condivisi, compiti reciproci e un rapporto basato su fiducia e rispetto. Detto in modo semplice: non si cambia solo perché si “capiscono delle cose” ma perché quelle cose possono essere viste dentro una relazione sicura.

Il lavoro continua anche fuori dalla seduta

A volte una seduta non sembra portare grandi scoperte. Si esce e si pensa: “Boh, oggi non so cosa sia successo”. Ma il lavoro terapeutico non si esaurisce nei 45 minuti della seduta. Spesso continua nella settimana che passa tra un incontro e l’altro: in una frase che torna in mente mentre si guida, in un collegamento che arriva mentre si fa la spesa, in una reazione che all’improvviso comincia ad avere un senso.

Non deve succedere sempre qualcosa di sconvolgente o illuminante. Una seduta può anche servire semplicemente a mettere insieme i pezzi di un puzzle fatto di emozioni, pensieri, episodi, intuizioni ancora confuse. A volte servono anche due o tre sedute che sembrano “fiacche” per arrivare a qualcosa di più chiaro. Non perché non stia accadendo nulla, ma perché alcune cose hanno bisogno di depositarsi prima di prendere forma.

“Ecco perché sono asociale.”
“Forse non sono esagerata, forse sto cercando di proteggermi.”
“Questa cosa non nasce oggi, viene da più lontano.”

Questi momenti non sempre sono spettacolari. Non hanno per forza il sapore della rivelazione mistica cinematografica, con luce ad effetto e colonna sonora. A volte sono piccoli spostamenti interiori, preziosi cambi di prospettiva. E quando inizi a vedere meglio, anche se fuori sembra tutto uguale, dentro qualcosa si sta già muovendo.

Quando sembra di non migliorare

Uno dei momenti più delicati di una terapia è quello in cui la persona sente di non stare facendo progressi.

“Mi sembra di essere sempre allo stesso punto.”

Poi però, parlando, emerge che qualcosa, magari di piccolo, è cambiato. Magari riconosci prima i segnali dell’ansia, riesci a dire “no” una volta di più”, riesci a parlare di quello che senti senza esserne travolto.

Il percorso terapeutico spesso, comincia così: non eliminando immediatamente il dolore, ma aiutandoci a capirlo, attraversarlo e a dargli un nome. È come quando una pianta mette radici, o come quando cominciano a spuntare i primi germogli da un terreno che sembrava inabitato. 

Quando arriva un po’ di calma

Spesso si arriva in terapia in un momento di grande fatica: l’ansia è alta, il dolore è ingombrante, la confusione sembra occupare tutto lo spazio. Dopo qualche mese, il semplice fatto di avere uno spazio di parola stabile, di sentirsi ascoltati e di aver iniziato ad apportare qualche piccolo cambiamento può già portare sollievo.

Ed è comprensibile che, proprio in quel momento, possa nascere un pensiero: “Forse sto meglio, forse ho finito, forse non ne ho più bisogno”.

In realtà, a volte è proprio quando l’ansia si placa e il dolore diventa meno urgente che può iniziare una parte molto importante del lavoro terapeutico. Si crea più spazio per pensare, elaborare, collegare. Non si è più solo dentro l’emergenza: si può iniziare a guardare quello che è successo, come ci si è arrivati, quali parti di sé chiedono ancora ascolto. La calma, in terapia, non è sempre un punto di arrivo. A volte è il terreno più fertile in cui il cambiamento può mettere radici.

La pazienza come atto di cura

La pazienza, in terapia, non è rassegnazione: non significa aspettare passivamente che qualcosa accada. Significa restare in ascolto del processo, anche quando è faticoso, concedersi il tempo di non avere subito tutte le risposte..

Viviamo in un tempo che ci chiede di risolvere, ottimizzare, funzionare subito, presto, in fretta. Anche quando stiamo male, rischiamo di voler “guarire al più presto”, come se la sofferenza fosse una pratica da archiviare. A volte la pazienza è proprio questo: smettere di trattarsi come un problema da risolvere e iniziare a guardarsi come una persona da conoscere.

Un piccolo seme di cura: tre parole al giorno

Se stai attraversando un momento in cui ti chiedi se il percorso serva davvero, puoi provare un esercizio facile. Ogni sera scegli tre parole per descrivere la tua giornata interiore.

Per esempio:
stanca, tesa, ma più lucida
oppure
arrabbiato, confuso, meno solo
oppure
fragile, delusa, ancora qui

Poi prova a chiederti:

“Che cosa mi ha fatto sentire così?”
“Questa emozione mi ricorda qualcosa?”
“È un sentimento nuovo o un copione che conosco?”

Non serve trovare una risposta perfetta. Non è un compitino da fare bene: è solo un modo per fermarsi un momento e portare attenzione a quello che accade dentro. Anche questo è coltivare pazienza.

Se senti che è il momento di iniziare

Ci sono momenti in cui chiedere aiuto sembra difficile. Altri ancora in cui non sappiamo bene cosa ci serva, ma sentiamo che continuare da soli è diventato davvero troppo faticoso. La psicoterapia non promette scorciatoie ma offre però uno spazio in cui iniziare a guardarsi con più verità, più cura, più fiducia.

Al Centro Agnesi accompagniamo percorsi diversi, con attenzione alla storia, al tempo e ai bisogni di ogni persona. Che tu stia iniziando adesso, che tu abbia già fatto terapia in passato o che ti stia ancora chiedendo se possa essere il momento giusto, puoi concederti un primo passo. Ti va di farlo con noi?