Intervista a Giorgia Mendilicchio, pedagogista e consulente sessuale del Centro Agnesi.
Recentemente si è tornati a parlare di educazione sessuale a scuola, dopo la decisione del Parlamento di bocciare la proposta di introdurre un programma strutturato di educazione affettiva e sessuale nelle scuole italiane.
Una scelta che ha diviso l’opinione pubblica e acceso il dibattito tra genitori, insegnanti e professionisti. Nel frattempo, i dati ci dicono che i ragazzi italiani imparano a conoscere il corpo, il consenso e le relazioni soprattutto attraverso i social e la pornografia online, con tutti i rischi che questo comporta.
Per fare chiarezza e offrire uno sguardo professionale, abbiamo chiesto un commento a Giorgia Mendilicchio, pedagogista e consulente sessuale del Centro Agnesi. Giorgia lavora presso la Comunità Cascina Verde dal 2019, occupandosi di adulti e giovani adulti con dipendenze patologiche e comorbilità psichiatrica. Specializzata presso la Scuola di Sessuologia AISPA, è esperta di educazione sessuale e consulente per il benessere relazionale e affettivo.
Con lei abbiamo parlato di paure, pregiudizi e del valore reale di un’educazione che mette al centro la persona e le relazioni.
Giorgia, partiamo da qui: l’Italia resta uno dei pochi Paesi europei senza un programma strutturato di educazione sessuale nelle scuole. Perché, secondo te, fa ancora così paura parlare di sesso con bambini e adolescenti?
In Italia il sesso è sempre stato un tabù. Un argomento da non nominare, qualcosa di cui vergognarsi. Questo silenzio ha radici culturali e religiose profonde: la nostra società, storicamente influenzata dal pensiero cristiano e dalla vicinanza con lo Stato del Vaticano, ha impostato l’educazione sessuale in una chiave moralistica e procreativa, dimenticando completamente la dimensione del piacere, del corpo e della relazione.
Di base, parlare di sesso fa ancora paura. Molti adulti temono che affrontare questi temi con i bambini o con gli adolescenti possa “anticipare” esperienze o creare curiosità inappropriate. Ma fare educazione sessuale non significa insegnare a fare sesso. Significa offrire strumenti di conoscenza del corpo, delle emozioni e delle relazioni, per costruire rispetto, consapevolezza e prevenzione. Con i bambini non si parla certo di penetrazione o di rapporti, ma si può – e si deve – parlare di spazio personale, di parti intime che non devono essere toccate né condivise, e di come esprimere correttamente le emozioni. Sono temi fondamentali per una crescita sana e per la prevenzione dell’abuso. E’ importante parlare delle emozioni, di come è corretto esprimerle, della gelosia e di tutti i temi da toccare che sono fondamentali per lo sviluppo e la crescita sana di un bambino o di un adolescente.
Molti genitori pensano che l’educazione sessuale anticipi esperienze che dovrebbero arrivare più tardi. Cosa rispondi a chi teme che “parlarne troppo presto” sia rischioso?
Non sono d’accordo con chi teme che l’educazione sessuale “anticipi” esperienze o tocchi argomenti inappropriati. Al contrario: parlare di corpo, emozioni e relazioni in modo adeguato all’età significa offrire ai bambini e agli adolescenti una base di rispetto e consapevolezza. Conoscere il proprio corpo, imparare a rispettare quello degli altri e capire come esprimere le emozioni sono aspetti che dovrebbero far parte dell’educazione fin dall’infanzia. Chi teme questi percorsi spesso non sa davvero di cosa si tratti: immagina lezioni “scandalose”, quando invece i corsi di educazione alla sessualità e all’affettività sono semplicemente spazi di conoscenza e prevenzione.
Alle scuole primarie, ad esempio, si può parlare del corpo umano come già si fa in scienze — in modo semplice, scientifico e naturale. Alle scuole medie, invece, è importante introdurre temi come lo sviluppo fisico, i cambiamenti ormonali, le mestruazioni e, in generale, il rispetto dei propri confini e di quelli dell’altro.
Educare alla sessualità non significa fornire dettagli o spiegazioni tecniche, ma offrire strumenti per crescere consapevoli e rispettosi. E questo, di certo, non può che partire dall’infanzia.
Tu lavori anche con giovani adulti in comorbilità psichiatrica, spesso con storie di dipendenze e fragilità relazionali. Che ruolo ha avuto — o non ha avuto — l’educazione sessuale nelle loro vite?
Lavorando in Comunità Cascina Verde, con giovani adulti che vivono problemi di tossicodipendenza e comorbilità psichiatrica, mi sono resa conto di una cosa:
spesso manca completamente la conoscenza di sé e del proprio corpo. Nel mondo delle dipendenze la sessualità viene spesso “agita”, non vissuta.
Il corpo diventa oggetto: non fonte di piacere o di connessione, ma strumento per riempire un vuoto. In questi contesti, la mancanza di educazione sessuale espone a comportamenti a rischio, all’uso inconsapevole di sostanze e alla noncuranza verso la prevenzione (preservativi, contraccezione, infezioni sessualmente trasmissibili). Per questo, in comunità promuoviamo gruppi informativi e di confronto con esperti: si parla di contraccezione, prevenzione, inclusione, rispetto delle diversità e accoglienza delle persone transgender. Crediamo che la cura debba essere per tutti, e che sentirsi chiamati col proprio nome, riconosciuti nella propria identità, sia parte integrante del percorso terapeutico.
In un contesto dove la disinformazione online è così diffusa, quali rischi corrono i ragazzi se l’unica fonte di conoscenza sul sesso sono i social e il porno?
La disinformazione online è oggi uno dei problemi principali. Su internet non sempre si trovano fonti affidabili, e se in famiglia non si parla di sessualità — perché resta un tabù — i ragazzi finiscono per informarsi tra coetanei o navigando sul web. Spesso il primo contatto con la sessualità avviene attraverso i contenuti pornografici.
Ma è importante ricordare che il porno è una messa in scena, costruita da adulti per adulti, con logiche cinematografiche e commerciali. Un adulto ha, almeno in parte, gli strumenti per distinguere tra realtà e finzione; un adolescente, invece, no — soprattutto se non ha mai ricevuto un’educazione affettiva di base.
Guardare contenuti espliciti senza filtri o spiegazioni può creare un’immagine distorta della sessualità: alimentare ansie da prestazione, paure, insicurezze o un’idea del corpo e del piacere lontana dalla realtà. Alcuni video, in particolare quelli più violenti o estremi, possono lasciare segni profondi e influenzare il modo in cui i ragazzi percepiscono se stessi e l’altro.
Per questo è fondamentale fare educazione sessuale: non per censurare la curiosità, che è naturale, ma per fornire strumenti di comprensione. Solo così i giovani possono riconoscere che ciò che vedono online non rappresenta la realtà, e imparare a costruire relazioni sane, basate sul rispetto reciproco e sul consenso. La cultura del consenso, infatti, è il punto di partenza di tutto: significa conoscere i propri limiti, rispettare quelli dell’altro e imparare a comunicare le proprie emozioni. E questo vale non solo per la sessualità, ma per ogni tipo di relazione.
Come pedagogista e consulente sessuale, da dove può partire una scuola — o una famiglia — per introdurre l’educazione affettiva e sessuale in modo sereno, senza imbarazzo?
Per quanto riguarda la scuola, dipende se si parla di di elementari, di medie o di superiori. Con i bambini si potrà sicuramente partire dalle emozioni, dalla conoscenza del corpo dalle relazioni per parlare poi della differenza tra amicizia e amore. E’ importante parlare anche del proprio spazio vitale e dei limiti corporei. Con ragazzi e ragazze più grandi si possono affrontare argomenti come le complicanze inerenti ai rapporti sessuali non protetti, le malattie sessualmente trasmissibili e ovviamente un discorso più ampio sulle relazioni e la cultura del consenso.
Se un genitore parte già dal presupposto di provare imbarazzo nel parlare di questi temi, è naturale che trasmetta la stessa difficoltà ai figli. L’obiettivo dell’educazione sessuale, però, non è certo spiegare ai ragazzi come avere rapporti sessuali: non è questo il punto. È importante, invece, che quando i giovani iniziano a vivere le prime esperienze affettive o sessuali, sentano di poter parlare con i genitori senza paura o vergogna.
Non per entrare nei dettagli della loro intimità – che resta una sfera privata e va rispettata – ma per poter confrontarsi sulla prevenzione e sulla sicurezza, ad esempio sull’uso del preservativo o sulla protezione dalle infezioni sessualmente trasmissibili. L’idea è quella di normalizzare il dialogo: più si parla di sessualità in modo sereno, più diventa un argomento naturale, come lo sono tanti altri aspetti della crescita.
L’educazione sessuale, infatti, è parte dell’educazione alla vita: se impariamo a trattarla con naturalezza, l’imbarazzo si riduce e la consapevolezza cresce.
E infine: qual è il messaggio più importante che vorresti lasciare a genitori e insegnanti che ci leggono oggi?
Come professionista più passa il tempo in più mi rendo conto di essere spaventata da ciò che sento soprattutto dal punto di vista degli adolescenti che non sono consapevoli di ciò che è il consenso, non riescono ad accettare un no e sono iper possessivi. È preoccupante pensare che una ragazzina o un ragazzino debbano chiedere il permesso al proprio partner per andare a ballare con le amiche o amici o se può uscire di casa. Le ricerche più recenti hanno dimostrato che per la maggior parte degli adolescenti questo risulta essere normale. Questo mi spinge a incrementare la mia volontà di poter portare quella che è l’educazione sessuale in più contesti. E tra questi c’è anche la scuola: deve assolutamente prendersi la responsabilità di educare e formare anche i propri allievi su questo tema, affinché sviluppino la propria personalità e il proprio futuro in una maniera differente.
L’educazione sessuale non è — come spesso si teme — un modo per “anticipare” esperienze, ma per offrire strumenti di conoscenza, rispetto e sicurezza. È educazione alla consapevolezza, all’affettività, al consenso e al linguaggio del corpo. Al Centro Agnesi crediamo che il dialogo aperto e competente sia il primo passo verso il benessere.
Per questo offriamo percorsi individuali, di coppia e di gruppo a tariffe calmierate anche dedicati all’educazione sessuale e all’affettività, in presenza e online. Scrivici per informazioni.

