LE PAROLE PER DIRLO

Adolescenza e dipendenze: quando la prevenzione passa dagli adulti.

Negli ultimi anni, anche grazie al contributo di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, è diventato sempre più chiaro che molti comportamenti a rischio in adolescenza non nascono dal desiderio di trasgredire, ma dal tentativo di gestire una sofferenza emotiva che non ha trovato ascolto.
In questa prospettiva, la prevenzione non riguarda solo i ragazzi, ma chi sta loro intorno. Le riflessioni che seguono nascono da uno sguardo clinico, ma anche da un impegno educativo quotidiano. Claudia Povoleri, direttrice del Centro Agnesi e di Cascina Verde Onlus, lavora da anni a cavallo tra cura e prevenzione, ascolto terapeutico e intervento nelle scuole. È proprio da questa doppia esperienza che prende forma Crescere Indipendenti, progetto promosso da Cascina Verde Onlus per le scuole secondarie: un percorso che parte dallo stesso presupposto che attraversa tutta l’intervista: la prevenzione non nasce dal divieto, ma dalla capacità degli adulti di restare, nominare il dolore e creare spazi in cui il disagio possa essere pensato prima di essere agito.

Quando si dice che gli adulti fanno fatica a “reggere” il dolore degli adolescenti, cosa significa concretamente nella vita quotidiana? 

Significa che spesso l’adulto fatica a restare in contatto con il disagio del figlio senza cercare immediatamente di eliminarlo. Nella vita quotidiana questo si traduce in frasi rassicuranti premature, minimizzazioni, soluzioni rapide o, al contrario, in reazioni ansiose e ipercontrollanti. Il dolore dell’adolescente mette in crisi l’adulto perché lo espone all’impotenza: non tutto si può aggiustare, spiegare o risolvere. “Reggere” il dolore significa poter stare accanto senza negarlo, senza scappare, senza trasformarlo subito in un problema da cancellare. 

Perché la sofferenza dei ragazzi attiva così spesso reazioni difensive negli adulti, come minimizzare o voler “far passare tutto in fretta”? 

Perché il figlio viene spesso vissuto come un’estensione di sé. La sua sofferenza interroga direttamente l’identità genitoriale e può attivare vergogna, senso di colpa e paura del giudizio. Inoltre, il dolore dei figli riattiva inevitabilmente il dolore non elaborato degli adulti stessi. Minimizzare o accelerare la “guarigione” diventa allora una difesa: serve più all’adulto che al ragazzo, perché protegge dall’angoscia di non sapere cosa fare e dal timore di essere un genitore “inadeguato”. 

In che modo l’uso di sostanze può trasformarsi da esperienza occasionale a strumento di regolazione emotiva? 

Il passaggio non dipende tanto dalla quantità o dal tipo di sostanza, quanto dalla funzione che essa assume. Quando la sostanza viene utilizzata non più per curiosità o sperimentazione, ma per calmare l’ansia, silenziare il vuoto, anestetizzare il dolore o rendere tollerabile la relazione con sé e con gli altri, allora diventa uno strumento di regolazione emotiva. In quel momento la sostanza smette di essere accessoria e diventa necessaria, perché risponde a un bisogno che non ha trovato altre vie di espressione o contenimento. 

Quanto pesa il messaggio culturale che spinge a eliminare il dolore invece che ad attraversarlo? 

Pesa moltissimo. Viviamo in una cultura che promuove il benessere come obbligo e che tollera sempre meno l’attesa, la frustrazione e la sofferenza. In questo contesto, il dolore viene vissuto come un errore da correggere, non come un’esperienza umana da attraversare. Per gli adolescenti questo messaggio è particolarmente pericoloso: se stare male non è ammesso, allora il dolore va nascosto o sedato. La sostanza diventa una risposta coerente con una cultura che non lascia spazio alla vulnerabilità. 

Che cosa dovrebbe cambiare oggi nella prevenzione delle dipendenze in adolescenza? 

La prevenzione dovrebbe innanzitutto smettere di negare la realtà. Fingere che la sperimentazione non esista o limitarsi a dire “no alla droga” non protegge i ragazzi, ma li lascia soli di fronte a un fenomeno che è già presente nelle loro vite. Le sostanze ci sono, circolano, incuriosiscono e vengono utilizzate: continuare a ignorarlo o a trattarlo come un tabù non è prevenzione, è rimozione. Una prevenzione efficace richiede il coraggio di guardare la realtà così com’è e di parlarne in modo chiaro, informato e non moralistico. Dire che l’uso esiste non significa legittimarlo o promuoverlo, ma riconoscere un dato di fatto per poterlo affrontare. I ragazzi hanno bisogno di informazioni reali sugli effetti delle sostanze, soprattutto su un cervello ancora in fase di sviluppo, e hanno bisogno di adulti che sappiano nominare ciò che accade senza spaventarsi. Soprattutto, la prevenzione dovrebbe spostare il focus dal semplice divieto alla comprensione delle motivazioni che portano all’uso. Interrogarsi su perché un ragazzo utilizza una sostanza è molto più protettivo che limitarsi a vietarla. Quando l’adulto riesce a fare questo passaggio, la prevenzione smette di essere un messaggio astratto e diventa una relazione, un’occasione di dialogo e di consapevolezza. Guardare in faccia il problema, parlarne apertamente e offrire strumenti di comprensione è oggi l’unica forma di prevenzione davvero efficace. 

Che ruolo possono avere i genitori quando sentono di “non sapere cosa fare”? 

Possono fare una cosa fondamentale: restare. Non avere subito risposte non è un fallimento, è una condizione umana. Il genitore non è chiamato a essere un esperto, ma una presenza emotivamente affidabile. Ammettere di non sapere, fare domande autentiche, mostrare interesse per come il figlio sta davvero sono già interventi potenti. Spesso ciò che protegge non è la soluzione giusta, ma la possibilità di non essere soli nel proprio malessere. Possono informarsi, non pretendere di risolvere tutto da soli, chiedere aiuto, non vivere la richiesta d’aiuto come un fallimento.  

Cosa può offrire un percorso di supporto psicologico prima che il disagio si trasformi in sintomo? 

Può offrire parole dove prima c’erano solo sensazioni confuse, vergogna o silenzio. Un percorso di supporto aiuta il ragazzo a riconoscere e mentalizzare il proprio dolore, a comprenderne il senso e a trovare modalità di regolazione alternative alla sostanza o all’agito. Lo spazio terapeutico è uno spazio neutro, privo di giudizio, solido e capace di contenere il dolore senza deformarsi o preoccuparsi. Intervenire prima che il disagio si strutturi in un sintomo significa offrire una possibilità evolutiva: trasformare il dolore in esperienza pensabile, invece che in qualcosa da anestetizzare.

Se senti che il dolore di tuo figlio ti mette in difficoltà, non restare da solə.
Al Centro Agnesi accompagniamo ragazzi e genitori a dare parola al disagio, prima che si trasformi in sintomo.
Chiedere supporto non è una resa, ma un atto di cura.