C’è una frase che, più o meno esplicitamente, molti over 30 si sentono ripetere spesso: “Ma quando ti sistemi?”
Di solito dentro quel “sistemarsi” c’è un pacchetto preciso: un lavoro stabile, una casa, una relazione definita, magari dei figli, comunque una forma di vita riconoscibile e leggibile anche da fuori. Il problema (se così vogliamo chiamarlo) è che per molte persone questo assetto non arriva nei tempi attesi. E allora la sensazione diventa doppia: non solo essere sospesi, ma sentirsi anche un po’ sbagliati.
I dati raccontano che la questione non riguarda pochi individui confusi: riguarda un’intera generazione che cresce dentro condizioni più instabili di quelle di chi l’ha preceduta. In Italia, nel 2024, oltre due terzi dei 18-34enni vivevano ancora con i genitori, con un rinvio delle scelte di autonomia alimentato da precarietà lavorativa, difficoltà di accesso alla casa e incertezza economica.
Per questo, abbiamo voluto dedicare il nostro seme di cura di aprile, all’argomento (assai spinoso!): mettere radici. Nel linguaggio vivaistico, mettere radici non significa solo “stare fermi”, ma riuscire ad attecchire in un terreno abbastanza favorevole da sostenere crescita, nutrimento e stabilità. È una buona metafora anche sul piano psicologico. Per molti adulti di oggi, il problema non è la mancanza di desiderio di crescere, ma la difficoltà a trovare condizioni sufficientemente stabili per farlo.
Quando lavoro, casa, relazioni e prospettive restano precari o intermittenti, anche il senso di sé può diventare più mobile, più esposto, più affaticato. Questo non significa essere infantili: significa vivere a lungo in una condizione di transizione. Jeffrey Jensen Arnett ha chiamato questo fenomeno “emerging adulthood”, una fase resa più lunga e complessa dai cambiamenti economici, sociali e culturali che hanno allungato la strada verso l’età adulta.
Il punto, allora, non è solo sociale. È anche psicologico.
Quando fai fatica a mettere radici, spesso non vivi soltanto l’incertezza pratica, ma una forma di instabilità più interna: fai più fatica a fidarti delle tue scelte, a sentire continuità, a percepire che la tua vita stia davvero prendendo una forma. Soprattutto, quella che le vuoi dare tu! E in questo spazio si infilano facilmente ansia, autosvalutazione, rimuginio, senso di essere in ritardo. Naturalmente non si può ridurre tutto a una diagnosi e non tutti i trentenni “sospesi” hanno un disturbo, e non ogni fatica a “sistemarsi” è psicopatologia. Però la salute mentale c’entra eccome, perché vivere a lungo in una situazione di precarietà e confronto continuo logora il senso di efficacia personale.
A complicare tutto c’è poi il confronto sociale.
Quando non riesci a mettere radici, raramente ti limiti a sentire la tua fatica: la misuri anche contro quella che immagini essere la stabilità degli altri. C’è sempre qualcuno che sembra più avanti: chi ha già una casa, chi una relazione “solida”, chi una carriera lineare, chi un figlio, chi un progetto che appare più definito del tuo.
Ma dobbiamo fare una distinzione: mettere radici non significa necessariamente comprare casa, sposarsi o avere figli entro una certa età. Psicologicamente, mettere radici può voler dire anche altro: abitare meglio la propria vita, costruire legami che non siano solo provvisori, riuscire a stare in una scelta senza pensare subito alla via di fuga, sentire un po’ più di continuità tra quello che desideri e quello che fai. In altre parole: non una checklist sociale, ma una forma più stabile di presenza a se stessi.
Cosa può aiutare, concretamente.
Rinominare il problema.
Dire “sto facendo fatica a mettere radici” è molto diverso dal dirsi “sono ancora immaturo/a”. Le parole cambiano la postura interna.
Ridurre il confronto dove puoi.
Non per ingenuità, ma per igiene mentale. Se ogni scroll aumenta la sensazione di ritardo, il punto non è diventare più forte: è esporsi meno a un confronto tossico.
Cercare forme piccole ma reali di stabilità.
Non sempre puoi risolvere tutto insieme. Ma puoi chiederti: qual è un posto, un ritmo, una relazione, una pratica che oggi mi aiuta ad attecchire un po’ di più?
Accettare che la radice cresce anche sotto terra.
Non tutto ciò che conta è visibile subito. Una parte della crescita, anche psichica, lavora in silenzio prima di diventare riconoscibile.
Chiedere aiuto se la sospensione si è trasformata in sofferenza.
Quando il sentirsi sospesi diventa nebbia continua, auto svalutazione, ansia costante o tono dell’umore basso, non è più solo una fase da attraversare in solitudine.
Un consiglio di lettura…
Se vuoi leggere qualcosa di intelligente e non giudicante su questa età della vita, il libro che ti consigliamo è di Jeffrey Jensen Arnett, Emerging Adulthood. Arnett è lo studioso che ha dato nome a questa lunga fase di transizione verso l’età adulta e descrive bene come amore, lavoro, autonomia e identità oggi si costruiscano lungo una strada molto meno lineare rispetto al passato. È una lettura utile proprio perché toglie moralismo a una fase della vita spesso raccontata male.
Perché crescere non significa replicare il copione giusto al momento giusto. A volte significa costruire, più lentamente del previsto, un terreno in cui sentirsi finalmente meno ospiti della propria vita. Se vuoi, possiamo parlarne insieme nella stanza delle parole: ti va di conoscerci?

